Di modernità e di privacy
20 Settembre 2026 // di don Egidio Todeschini
Mi scrive un amico, con preghiera di far girare se condivido: “Una società che obbliga un novantenne a usare uno smartphone per accedere ai propri diritti non è moderna: è una società che ha deciso di liberarsi dei propri padri. Nel 2026 tutto è diventato una app, un codice, un portale. Ma chi ha costruito questo Paese con le mani oggi si ritrova analfabeta in casa propria. Se per prenotare una visita o pagare una bolletta serve un figlio o un nipote, sempre se c’è, il sistema è fallito. Questa non è innovazione, è esclusione. La tecnologia deve aiutare, non selezionare chi ha diritto alla dignità. Quando lasciamo indietro chi ci ha preceduto, non stiamo evolvendo: stiamo solo diventando più comodi ed egoisti”.
Se condivido? Certo che condivido e aggiungo del mio. Sono in ufficio, squilla il telefono e rispondo ma… arrivo tre minuti in ritardo a prolungare il parcheggio. Già gli avvoltoi hanno fatto il loro dovere e mi hanno appioppato sul parabrezza dell’auto la multa da pagare con tanto di QR. Non conosco neppure l’importo, tutto devo verificare con PC e pagare online. Ho capito, ma se non ho il PC, se non so pagare con E-Banking? A chi dovrò rivolgermi da novantenne, senza figli e nipoti? Forse Spitex o Pro Infirmis potranno aiutarmi oppure mi diranno che non sono competenti per questo?
A proposito di modernità. Perfino coloro che hanno sempre e solo masticato il dialetto d’origine o poco più, devono cedere alla violenza di tante parole straniere, come: viacard, casch, weekend, smartphone, password, shopping, full immersion… l’elenco di parole importate che avrebbero un normale corrispettivo nel linguaggio di mamma è molto ampio. Se hai la fortuna di vivere a contatto con nipoti che le usano a raffica come se fosse pane quotidiano, ti adatti a questa modernità, magari anche un poco indigesta, per non metterti fuori gioco. Se vuoi campare, non puoi sottrarti.
Tra le parole più gettonate di questi tempi spicca l’ormai familiare privacy; all’ufficio anagrafe, al reparto dell’ospedale come alla firma di qualsiasi pratica abbiamo dovuto imparare che c’è la privacy e che poi si dice praivaci. Il bello è che poi, privacy o praivaci che dir si voglia, continui a ritrovare nella cassetta della posta un sacco di cose mai richieste, con tanto di tuo nome e cognome e indirizzo. Senza parlare di tanti occhi elettronici che ti spiano da tutti gli angoli, al punto che non ti fidi neppure di raccontare una innocua bugia alla moglie perché tutto di te è registrato. Neanche fossi al grande fratello! In compenso non ti danno più l’elenco dei coscritti per fare una piccola festa e neppure puoi sapere in che letto di ospedale è finito il tuo caro amico. Sai, la privacy! E con questo addio alle buone relazioni.
Forse sarà per questo che neppure al prete non dicono più del parente che non sta bene, in casa o in clinica. Così lui – che forse s’aspettava una cortese visita – tornato sul sagrato, apostrofa con parole risentite il parroco o il curato perché neppure si è degnato di andarlo a salutare. O forse neppure si sfoga e tiene dentro il “magone” nella convinzione che anche i preti non sono più quelli di una volta.
Sì certo, la praivaci! Forse semplifica la vita, ma anche aumenta le difficoltà a un povero novantenne e certo gli allunga le solitudini.