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Nel tempo della fragilità

Nel tempo della fragilità

10 Maggio 2022 // di don Egidio Todeschini

Prima la pandemia – e non è ancora finita –   ora purtroppo la guerra. La prima è il pedaggio obbligato che dobbiamo pagare per la nostra natura, dovuto alla nostra fragilità, la seconda invece è causata dalla stupidità degli uomini, dalla smania di potere. Pandemie purtroppo ve ne sono sempre state nella storia dell’umanità, le guerre poi non si contano. Ma con una differenza: le prime non sono state mai volute, le seconde invece sempre cercate con vari appigli o presunte ragioni. E l’uomo pare non abbia imparato molto dalla storia. Mi sovviene a questo punto la celebre poesia “Uomo del mio tempo”, di Salvatore Quasimodo. Un testo classico, struggente, di grande attualità.

Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo. Eri nella carlinga, con le ali maligne, le meridiane di morte. T’ho visto dentro il carro di fuoco, alle forche, alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu, con la tua scienza esatta, persuasa allo sterminio, senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora, come sempre, come uccisero i padri, come uccisero gli animali che ti videro la prima volta. E questo sangue odora come nel giorno quando il fratello disse all’altro fratello: “Andiamo ai campi”. E quell’eco fredda, tenace, è giunta fino a te, dentro la tua giornata. Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue, salite dalla terra, dimenticate i padri: le loro tombe affondano nella cenere, gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

La storia dell’umanità è sempre stata segnata dal passo della fragilità. Le pestilenze sono state eccidi di massa che hanno colpito il genere umano senza rispetto per nessuno, senza distinzione di genere o di classe sociale. La Shoah ha cambiato la storia perché mai così tanto orrore fu causato dal degrado umano. Più vicino a noi l’11 settembre 2001 ha inferto una ferita ancora aperta nella storia mondiale. Come dimenticare tante tragedie?

Eppure, a ben guardare, noi impariamo di più dalle nostre fragilità che non dalle nostre conquiste. La stessa numerazione dei secoli è stata divisa in un prima e un dopo da un Bimbo: il Cristo, atteso dai popoli e da secoli come il potente, il rivoluzionario, re delle genti, si presentò come un vagito. Carlo Magno e Napoleone hanno fatto parlare i libri di storia, quel Bimbo invece ha cambiato la Storia. Dell’uomo forte non resterà nessuna traccia. Nessun progresso viene dalla prepotenza dell’uomo. Non fa storia il potere che schiaccia miseramente la voce degli indifesi. Il passo dell’umanità è segnato dalla fragilità della persona, non dalla ostentazione di forza o peggio di violenza.

Anche oggi, nel tempo del Covid, in cui ancora una volta l’umanità si riscopre vulnerabile, si invoca la potenza divina che con un colpo di mano ci strappi da questa trappola virale. Vorremmo un dio potente che risolva questa tragedia con uno schiocco delle dita. Anche oggi, nel tempo della guerra, vorremmo uscire da questo incubo e annaspiamo alla ricerca di qualcuno che abbia tanto potere da risolvere i nostri problemi. Eppure, nel tempo della fragilità, un Dio debole ci soccorre. Verrebbe da dire: “A che cosa serve un Dio debole? Cosa ne facciamo di un Dio bambino, un Dio crocefisso?”. Ma l’umanità fa la storia con il paso dei piccoli e dei fragili. I Dio fattosi bambino, non ci toglie dalla storia, neanche quando è scomoda o terribile, ma la vive con noi. Il Dio debole non ci risolve le tragedie, ma piange con noi, veste il nostro lutto, porta dentro il nostro stesso dolore. Dio è dentro la nostra storia, strappa i cieli e irrompe nella nostra storia con un vagito. E ancora una volta la debolezza scandisce il nostro tempo.

Allora mi ritrovo a riflettere, ci ritroviamo a riflettere, a chinare il capo sulla fragilità della vita e della storia. In tempi in cui l’uomo rischia di ergersi a superuomo, nella sua supponenza scientifica, economica e tecnologica, ci scopriamo non nolo fragili ma pure impotenti. La realtà ci obbliga, anche se non lo vogliamo, ad una umiltà con dei segni che la natura stessa fa esplodere a dire che il mondo è stupendo e nel contempo è  fragile e il nostro progresso è ambiguo, cioè è aperto al bene e al male. La globalizzazione economica porta ricchezza, ha fatto uscire dal sottosviluppo nazioni come la Cina e l’India, ma produce anche la terribile conseguenza dele epidemie senza confini. Una volta i virus viaggiavano con le guerre, ora con la globalizzazione economica. Allora siamo chiamati ad un bagno di umiltà con uno sguardo alla Provvidenza da invocare e al dono di salvezza da accogliere. E il dramma ci fa sentire solidali, sulla stessa barca, in cerca di un porto sicuro tra le onde e le tempeste che tutti e in vari modi fra trepidare nella traversata della vita.

Da qui la supplica di Papa Francesco a Dio perché guardi alla nostra “dolorosa condizione mentre la tempesta della vita imperversa mortale e spaventosa”, la quale ricorda a noi una tristissima realtà ma sollecita anche la nostra solidarietà. Le parole di Francesco sono un invito a cambiare rotta: “Se pensavamo di rimanere sempre sani in un mondo afflitto da guerre e da ingiustizie planetarie, ora è tempo di non confidare in noi bensì nel Signore, certi che Lui ha cura di noi e non ci lascia in balia della tempesta”.